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warforthrash 2007
Tittle tracks:
2. Icon
3. Embers
4. Where Next To Conquer
5. As The World Burns
6. This Time Is War
7. Ritual
8. Spearhead
9. Celestial Sanctuary
10. Dying Creed
11. Through The Ages
Dati tecnici:
GENERE: Death Metal
DURATA: 31:02
ANNO D'USCITA: 1992
ETICHETTA: Earache
Formazione:
Karl Willets - Vocals
Gavin
Ward - Guitar
Jo Bench - Bass
Barry
Thomson - Guitar
Andy Whale -
Drums
Official website:

Bolth Thrower - The IVth Crusade (1992)
a cura di Mark S.
Cambiamento di tematiche, almeno per questo album dei Bolt Thrower, lasciando da parte le sanguinose battaglie dell'universo di Warhammer 40,000, per tuffarsi nella IV Crociata del 1202-1204 bandita da Innocenzo III per la riconquista di Gerusalemme, conclusa invece con la conquista di Costantinopoli. Appunto IV Crusade, perfetta metafora della società moderna, apre un disco granitico; riff cupi, soffocanti; una batteria lenta e pesantissima accentua ancora di più l’opprimente atmosfera delle chitarre, e maciulla anime e “coscienze†con la sua cassa schiacciasassi, mentre il growl esprime tutta la paura, la disperazione e le mortificazioni della vostra insignificante esistenza. Il secondo brano Icon, è sulla scia del primo, forse un pochino più picchiato, icona di pazzia nell’incapacità di trovare il SE stesso reale rispetto a ruoli e modelli sociali. La successiva Embers, pezzo che si lascia piacevolmente ascoltare, rimanendo pur sempre sugli sempre stessi tempi. A dare slancio al pezzo (che altrimenti apparirebbe monotono e noioso)è l'ottima cavalcata centrale con un cantato ritmato a seguire.
Arriviamo dunque ad uno dei migliori pezzi dell'album Where Next to Conquer.
Un riff semplice e coinvolgente, trascina l’ascoltatore nelle feroci guerre attraverso i secoli, su tutti i pianeti della galassia, (“lost on voyage no destiny”) ovviamente riferito alle folli crociate nere di Abbadon (per gli appassionati di W4K), culminando in un assolo semplice ma molto intenso. Una spirale di odio e depravazione, un tremendo grido di battaglia: Where next to conquer? Immaginate ora un deserto di polvere e rovine. Immaginate l’onda d’urto come nell’inizio di Terminator II, la tremenda onda d’urto e la pelle che si lacera, si stacca dal corpo dei vostri amici tra atroci sofferenze, la vostra città rasa al suolo, i familiari morti e voi, tra i pochi sopravissuti, fissare il tramonto rosso sangue, As the World Burns! Quali potrebbero essere i vostri sentimenti nel vedere il vostro “mondo bruciare”? Se tutto fosse spazzato via in un solo attimo cosa rimarrebbe…forse un tristissimo assolo quale finale di desolazione nucleare. A seguire c’è This Time is War brano sfuggevole, che sa un po’ da riempitivo, non perché brutto ma perché troppo piatto ed incapace di destare particolari emozioni, come per altro i successivi Ritual e Spearhead. Giunto a questo punto del lavoro, un po’ sconsolato e con l’amaro in bocca per gli ultimi tre pezzi, avevo già dato il disco per concluso quando mi trovo dinnanzi a Celestial Sanctuary. Mi bastano poche note per rimanere senza fiato e sentire lacerare l’anima da arrangiamenti tremendamente sofferenti; questa litania fa male, trafigge con dolorosi chiodi anima e carne, prosciugando in me ogni forza e annullando ogni sforzo e desiderio di fuga, di luce, ma lasciandomi nel buio, inerme ad ascoltare. Avrei voglia di spegnere e passare alla canzone successiva, ma non posso; mi trovo a cedere in questo baratro e non riesco a far altro se non andarne a leggere il testo. Oh se parlasse di morti, squartamenti,organi pulsanti e frattaglie varie, non mi farebbe certo quest’effetto perché ormai cosi assuefatto dalla normalità della televisione! Ed invece no, è profondo e pesante, capace di suscitare in me ricordi, inquietudini, e di evocare paure nel profondo. Questo santuario è un monolito di intimo dolore, quale negazione della frustante vita reale, fuga dalle nostre misere crociate, da una società nella quale altri sono re, per rifugiarsi nel sogno bramato, dove potersi sentire liberi… melodica come prosecuzione di Celestial Sancutary e l’introduzione della seguente Dying Creed, brano che si lascia piacevolmente ascoltare, giocato soprattutto sull’alternanza di parti veloci e stacci lenti, un pesante preludio alla lenta marcia funebre Through the Ages, outro che chiude un disco death quadrato e pesantissimo, che nel complesso non brilla per originalità ma che racchiude oscure gemme da scoprire.
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